di Fabrizio Olivieri
04.12.2011

Due parole sul fisco

Secondo l'OCSE ma non solo, l'Italia è dunque in recessione o quasi e comunque tale è la prospettiva nel 2012. Da più parti si invoca rigore e crescita e non so fino a che punto le due cose, adesso andrebbero insieme a braccetto. 


Le misure annunciate dal governo, hanno anch'esse il sapore dell'immediatezza, verso i soliti noti, mentre per molte altre categorie, anch'esse note, si ha la sensazione di un dejà vu. Annunci che cadono nel vuoto e provvedimenti presentati e subito ritirati od annacquati.
Alzare l'età pensionabile è possibile, far pagare l'ICI anche ma anche far pagare la patrimoniale sopra il milione di euro. Altrimenti l'unica patrimoniale che vedremo, sarà quella che si scarica sulle spalle delle solite famiglie. Se si deve agire sulla leva fiscale, in questi momenti, nessuno deve essere escluso. Per lo stesso motivo, le riforme devono interessare tutti. 
Hanno poco da lamentarsi gli ordini professionali: è tempo che le regole di mercato bussino anche alla loro porta, altrimenti tendono a gravare sul sistema ne più e ne meno come altri. Liberalizzare si, privatizzare sostituendo monopoli pubblici a monopoli privati, diventa pericoloso e più costoso per il sistema.
 
Siamo all'ultima chiamata, con buona pace delle solite lobby, questa è la realtà, pertanto la fase riformista si deve aprire ma sul serio. L'unica cosa che bisogna evitare, è che colpisca solo una parte della popolazione, altrimenti si finisce per creare non un sistema liberale ma feudale. Un sistema dove alcune classi sociali, continuano a beneficiare di posizioni più o meno protette.
Rigore e crescita difficile che vanno a braccetto, se il rigore si esprime solo fiscalmente. I consumi sono già depressi, l'arrivo dell'ICI tenderebbe a deprimerli ulteriormente a meno che non ci sia una immediata contropartita in termini di riduzione del carico fiscale sui rediti da lavoro ed impresa e comunque si deve tendere a quello. L'abolizione dell'ICI è stata illusione fiscale, come giustamente dice Gilberto Muraro su La Voce. E' inevitabile infatti, che in un sistema l'eliminazione dell'imposizione fiscale sulle rendite, si va a scaricare su Irpef ed imprese e questo è quello che è avvenuto. Gli aumenti inevitabili delle imposte locali, non avendo più i comuni a disposizione il prezioso gettito dell'ICI, sono un esempio chiaro. Assolutamente demagogico è stato poi l'interventismo del precedente governo, sul blocco obbligatorio degli aumenti stessi delle addizionali, altro provvedimento che, insieme appunto a quello sull'ICI, ha rappresentato l'ennesimo calcio ai denti del tanto decantato federalismo. Nel momento dello sblocco, le addizionali sono schizzate. Qualsiasi grandezza economica, non può essere tenuta costretta, impedendogli "logicamente" di fluttuare. Si deve intervenire sulle cause, non sugli effetti altrimenti si hanno conseguenze devastanti. Insomma negli ultimi anni si sono prodotte una serie di sciocchezze.
 
La vera rivoluzione fiscale e culturale è un'altra. In questo paese prevale più una logica di accumulo ed una tendenza alla patrimonalizzazione. Certo che è importante avere riserve ed investimenti in immobili o terreni, fanno parte di una naturale quanto intelligente idea di avere comunque a disposizione una sicurezza economica, o qualcosa cui ricorrere in casi estremi. Significa anche essere solvibili. Esiste per questo uno stato patrimoniale, nei bilanci, che ne denuncia l'esistenza. Il discorso cambia quando la rendita diviene un fatto strutturale in una economia a discapito del capitale di rischio. Diventa degenerativo quando il fisco se ne interessa marginalmente, scaricando tutto il peso sul reddito, sia d'impresa che da lavoro. Quesito avviene in Italia da sempre e crea la vera sperequazione fiscale.
 
Tutto l'interesse del fisco è rivolto essenzialmente al reddito annuale. Spostare sui consumi e sulla rendita il carico fiscale, è l'unico rimedio per ottenere una serie di vantaggi tipici di una economia davvero liberale. Innanzitutto il reddito annuale può essere anche negativo. Un impresa può denunciare anche una perdita e quindi un decremento del patrimonio, al netto di spese ed entrare insufficienti, tanto per semplificare. Qui abbiamo già una prima sperequazione con i redditi dei dipendenti. Anche un lavoratore dipendente può avere un anno negativo. Ovvero le spese hanno superato le entrate per vari motivi, esclusa ovviamente l'attività ludica, i vizi si pagano. Di conseguenza di va ad intaccare, come avviene già per molte famiglie, il risparmio. Lo svantaggio delle trattenute fiscali alla fonte, sta nel fatto che non tiene conto del reddito negativo, per cui il fisco amplifica la perdita complessiva annua che la famiglia subisce. Qui si dovrebbe intervenire in due modi. Uno eliminare la trattenuta alla fonte, ed introdurre un sistema di denuncia dei costi, anche da parte dei redditi da lavoro dipendente, con tassazione di conseguenza. Oppure mantenere l'attuale regime ma introducendo come prima un sistema di denuncia dei costi e quindi portare ad un recupero dell'Irpef in sede di dichiarazione. Quest'ultimo sistema è più semplice e meno costoso e gravoso. Meno costoso perché il soggetto non deve sostenere spese amministrative con un commercialista. Meno gravoso perché evita di intasare davvero studi commerciali e patronati vari. Resta un punto fermo l'introduzione anche nei regimi fiscali interessanti il lavoro dipendente un vero sistema che permetta la denuncia dei costi sostenuti durante l'anno per la propria attività lavorativa e per i figli in genere. In parte ci sono cose che già esistono ma davvero sono poca cosa.

Per quanto riguarda l'aspetto patrimoniale. Va elevata la tassazione sulla rendita. Sui fitti riscossi, sui titoli di Stato, mentre vanno cercati meccanismi di agevolazione sugli investimenti produttivi. Quindi ricerca, venture capital e quant'altro, interessando finalmente tutta la platea dei cittadini, anche le singole famiglie, alla luce del rinnovato sistema. Ad una famiglia che investe in un settore, mettendo in gioco un piccolo capitale, va data la possibilità di dedurre per intero la cifra, tassando poi il reddito che produce il capitale investito in seguito. Creando un sistema fiscale così equo, su tutti i punti di vista, si avrà la possibilità di mettere in circolazione capitale, che altrimenti finirebbe in accumulo improduttivo, le imprese potrebbero rivolgersi ad un mercato più liquido, la ricerca non dovrà bussare alla porta dello Stato sempre con il cappello in mano. I giovani troverebbero finanziamenti per i loro progetti. 

Tutto questo presuppone un cambio culturale notevole, che però dovrebbe partire già dalla scuola. Ma su questo ora non mi soffermo. Evidentemente, l'imposizione fiscale tenderebbe a scendere, recuperandola sia sulla tassazione della rendita ma anche sul maggior gettito fiscale derivante da un economia in crescita.
Alla base di tutto questo ci deve però essere un rinnovo generazionale della classe dirigente ed un inasprimento delle pene per reati finanziari come evasione, falso in bilancio e quant'altro. Altrimenti con un fardello di 80 miliardi all'anno per costi di corruzione e le ridicole leggi emanate negli ultimi anni, che hanno depenalizzato tutto il possibile in questo ambito, non ci sarà riforma che funzioni.